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sabato 18 dicembre 2010

Kosovo, il rapporto sui tagliagole divenuti statisti


Anche oggi niente post di cucina, è un week end caldo !
Siamo dinuovo su politibalkando per l'ultimo rapporto fatto al consiglio d'Europa degli ultimi anni di storia kosovara.
E' agghiacciante !

12 anni di storia Kosovara

venerdì 10 dicembre 2010

Le rivelazioni di Wikileaks sul Kosovo


Perdonateci se sparaflesciamo a raffica, ma non potevamo più aspettare !
Wikileaks dice ciò che noi diciamo da secoli !
Per alcuni giorni ci trasferiamo qui :

POLITIBALKANDO

giovedì 4 novembre 2010

Bardhyl Ajetin


Da quando ho saputo la storia di questo giornalista albanese sono rimasta colpita dalle parole dette dal papà : "era sopravvissuto ai nemici, è morto per mano degli amici"

Bardhyl Ajeti
(1977-2005)

Si sot, më 5 korrik, u përshëndetëm përgjithmonë me gazetarin tonë Bardhyl Ajeti. Si sot, por as sot, tribunët që po e marrin në mbrojtje lirinë e fjalës, nuk po e përmendin Bardhyl Ajetin për dëshmor të fjalës së lirë! E vranë që ta vrasin fjalën e lirë! Këta tribunë që nuk e përmendin Bardhyl Ajetin që në liri u vra për të vërtetën, për fjalën trime që e thotë të vërtetën, kanë harruar se urtësia e lashtë e populli shqiptar, thotë: “fjala ta ha kokën”! Por fjala ia ha kokën vetë trimit, ajo fjalë që nuk i bën lak fjalës së vërtetë. Fjala e rreme nuk i del zot të vërtetës. Kur mungon drejtësia, fjala e drejtë shndërrohet në plumb dhe ia ha kokën trimit që mbron lirinë e fjalës. Redaksia e kombëtares “Bota sot” gjithmonë do ta përkujtojë me dhembje dhe respekt gazetarin e saj që u vra në detyrën e punës që bënte në zbardhjen e të vërtetave. Lavdi!

Kosovo: Kosovo journalist Bardhyl Ajeti died Saturday in an Italian hospital from wounds sustained during an early June assassination attempt in eastern Kosovo, Pristina media reported.
Bardil Ajeti of the pro-government newspaper Bota Sot was shot in the head at close range on June 3 near the eastern town of Gnjilane. Police arrested one of three suspected attackers.
Journalists of Bota Sot, a Pristina daily close to the ruling Democratic League of Kosovo (LDK) led by provincial President Ibrahim Rugova, have been often targeted in the last several years.
Some 20 LDK activists have been murdered, including Bota Sot editor Bekim Kastrati, and dozens wounded in some 60 politically motivated attacks since the U.N. administration took control over Kosovo in 1999. Local media attributed the attacks to the struggle for power between LDK and former ethnic Albanian guerrillas-turned- politicians from the Democratic Party of Kosovo (PDK) (dpa)


Da uno e nessuno
Bota Sot

martedì 2 novembre 2010

Vivere in Italia oppure.....


Karl di "Serbia's Ambassador to the world" mi ha fatto scoprire questo sito dove si può paragonare un paese all'altro misurando un paio di parametri. Lui l'ha fatto tra USA e Serbia...e così ho voluto vedere cosa succede se invece metto l'Italia.




Le spiegazioni per i singoli parametri li trovate direttamente sul sito: http://www.ifitweremyhome.com

Noi ci lamentiamo per misere paghe e disocupazione ma che cosa dovrebbero dire nei balcani?!
L'occidente che vuole insegnare l'ecologia ai balcani, si rende conto che comunque il consumo di energia (nafta e eletricità) è molto più basso per esempio in Serbia, Croazia e Macedonia?

sabato 16 ottobre 2010

Il dibattito di Samantha

Per gentile concessione di Samantha e Alessandro B. pubblicchiamo un discorso fatto sul post di Alessandro Di Meo riguardante gli ultimi fatti di Belgrado e di Genova.
Sia Samantha che Alessandro B. che Alessandro Di Meo fanno parte dell'organizzazione umanitaria "Un ponte per...". Se qualcosa non è chiaro, possiamo chiedere agli autori. Il tono è di dialogo a tu per tu...


Non mi piace fare l'avvocato difensore delle persone, ma degli ideali e delle azioni del "gruppo area serbia" del "Ponte" sì.
Proprio perchè le parole sono importanti, e le frasi che esse compongono, invito a rileggere forse con maggiore attenzione le cose scritte da Di Meo o di altri che siano, se pur spesso scritte con "passione civile" e "legittimo sconforto", che forse distingue molti di noi del "Ponte" dal razionalismo e dall'equilibrismo dei politici, e dai strumentalizzatori di fatti e di notizie mal riportate... la categoria dei giornalisti e dei cronisti più passa il tempo e più si sta bruciando per l'ignoranza dimostrata (ovviamente non tutti).
Ognuno risponde e dice quello che crede e che sente, però attenzione a trovare il pretesto per tirar fuori sensibilità personali solo sulle cose che conosciamo e ci interessano.... uno sforzo per contestualizzare dovremmo farlo tutti. Non devo sottolineare io le volte che Di Meo evidenzia la tristezza e la disapprovazione e la PREOCCUPAZIONE per quello che è successo ieri sera. Nessuno giustifica di per se le manifestazioni e le provocazioni violente e invasive. Chi ha leso il diritto altrui va punito, anche se pure questo dovrebbe valere sempre e non solo quando ci fa comodo. La storia insegna. Tra diritto e danno a volte ce ne passa...
E' triste che si debba arrivare a eventi e scene come quelle viste ieri sera in tv, sebbene le telecamere non inquadrano sempre la realtà e la totalità... a caldo è difficile stabilire e ti perdi sempre cose, a freddo hanno già colto l'occasione per strumentalizzare... Le voci di coro sono un danno allucinante alla realtà dei fatti.
Il Gay Pride è un fenomeno, un simbolo, che nella parte buona rappresenta e difende i diritti, e non è qui processato.... però "il pride di Belgrado" può essere stato scomodo, intempestivo e probabilmente strumentalizzato, ti sei risposto da solo Alessandro (B.), allora lo vedi che volendo uno sa interpretare bene certe espressioni? Il tema non è Gay Pride; è Serbia, è quello che la comunità internazionale e mediatica sta contribuendo a costruire consapevole e/o meno per far entrare la Serbia nelle nostre cronache e nel linguaggio politico quotidiano che tristemente ci appartiene.
Però si parte da oggi, dal momento in cui la Serbia degna o non degna, si sta giocando il suo ingresso in Europa, forse unica scelta... e la storia? e la memoria? e i diritti calpestati?
Ti costringono a giocare in difesa, quando la controinformazione esiste solo da una parte. Sono passati 12 anni. Qui non è questione di schierarsi, non si sta coi teppisti, si sta con un ideale vissuto tra la gente, con la disperata voglia di non far cadere un punto di vista della storia, delle memorie, dei fatti e dei racconti, che potrebbe essere ancora importante per il futuro di un paese e della sua gente, e non solo per loro...
Bell'esempio s'è dato a tutti quei ragazzini, italiani, serbi, strumentalizzati pure loro nel minestrone della propagandistica sportiva e mediatica, i ragazzini malati, il saluto ai militari morti (non sappiamo che la guerra uccide ? perchè giocare la partita allora???), i teppisti serbi che gridano Kosovo cuore di Serbia (o SERVI... il che non mi stupirebbe a questo punto, brava l'istituzione di polizia, sì sì, che li ha fatti entrare).

Samantha


Alessandro,
forse la passione civile e il legittimo sconforto per i fatti di ieri ti hanno fatto sottovalutare la portata di alcune tue affermazioni; permettimi di commentarne tre che non credo vadano fatte passare sotto silenzio:

1) "Ma in Serbia si organizza il Gay Pride": il gay pride non si organizza da solo, lo organizzano centinaia di persone per difendere i propri diritti di esseri umani;

2) cosa "assolutamente prioritaria nella Serbia di oggi": se è o no una priorità lo decidono quelle centinaia di persone di cui sopra e le migliaia che rappresentano, non certo noi;

3) "assurda provocazione": il pride di Belgrado può essere stato scomodo, intempestivo e probabilmente strumentalizzato ma una manifestazione politica a sostegno dei diritti di una minoranza non è mai assurda e solo l'autorità costituita, patriarcale, machista e omofoba può considerarla come una provocazione. In realtà il pride è sempre la legittima e gioiosa rivendicazione da parte della comunità GLBT del proprio diritto a vivere una vita felice e dignitosa. Non esiste una gerarchia fra i diritti!

Le varie richieste che negli anni la comunità GLBT h avanzato, dai diritti di base ai matrimoni fino alle adozioni, sono state spesso bollate dalla chiesa cattolica o da esponenti delle varie destre come assurde provocazioni e quindi neanche discusse. Per come ti conosco Alessandro sono certo che tu non intendevi avvalorare questa tesi e questo approccio con le tre affermazioni che ho citato. Ma, come sai meglio di me, le parole sono importanti e la cultura del rispetto e la consapevolezza dell'importanza delle battaglie della comunità GLBT in tutto il mondo vanno promosse e ribadite costantemente perché, se mai ci sono veramente state, ora certamente si stanno perdendo, soprattutto in Italia, ed è importante che il "Ponte" stia dalla parte giusta con le parole giuste. E visto che quella del "Ponte" è una delle poche comunità alle quali mi sento di appartenere, ci tengo che su queste questioni si discuta con la giusta attenzione a tutte le sensibilità.

Alessandro B.

Non voltiamo la faccia

martedì 12 ottobre 2010

Sospesa la partita Italia - Serbia


Non c'è due senza tre !
Che succederà ora ?
Ma sti 300 hanno una capacità di spostamento incredibile !

Ringraziamo le tante persone che ci esprimono solidarietà. Non tutti sono criminali.
Una lettera per tutte :
Ciao Lina..come va? Immagino che anche tu sia amareggiata come me e come tutti quelli che amano la Serbia...i vergognosi avvenimenti di ieri sera non fanno altro che gettare fango su un popolo, che per noi che lo conosciamo, è meraviglioso. Ho letto di tutto ieri su facebook (e non ho voluto cercare nel web) ed è stata durissima leggere "zingari di m..." "bestie" ecc... Nel mio piccolo ho cercato di spiegare che i serbi non sono "quelli" ma mi chiedevo cosa si possa fare magari su scala più grande...
Da più di sette anni, da quando cioè studio serbo, conduco una piccola guerra contro il muro di pregiudizi che mi si para davanti ogni volta che esprimo il mio amore per la Serbia ( e per i Balcani in generale), mi fa male dover ripartire da zero per colpa di quegli energumeni, anche se sono disposta a farlo per la mia patria d'elezione...
Ho dato uno sguardo alla tua bacheca,anche io ho avuto problemi con alcuni amici kosovari e albanesi... :-/ comunque, come hai detto tu, meglio che siano venuti allo scoperto...
Scusa per la lunghezza del mio messaggio, ma sono certa che tu sia tra le poche persone che possono capire il mio stato d'animo in questo momento.
Puno pozdrava!
Sara

Abbiamo ricevuto questa mail :
Ciao Lina,
ho visto che avete commentato la partita di calcio..
volevo scriverti un dettaglio.... ho parlato con mio cugino, appena tornato da genova...dopo 20 ore di viaggio da incubo....mi dice così: "tre mesi fa, un ragazzo a belgrado mi disse : "non ci pensare nemmeno di andare a genova.....la partita sarà sospesa, non si gioccherà"
mio cugino gli disse....ma vai a ...... così decise di farsi 4000 km....per poi rischiare la pelle.
Non ho commento.....e non ci arrivo a capire che cosa ci sta dietro tutto 'sto casino.
segue firma

domenica 10 ottobre 2010

Ancora problemi a Belgrado


Cariche degli estremisti sul gay pride.
BASTA ! Cosa dovremo vedere ancoraaaaaa ????????????

Da Cecilia Ferrara

sabato 2 ottobre 2010

L'inaugurazione del patriarca serbo Irinej

Oggi si terrà la cerimonia di inaugurazione del 45esimo patriarca serbo Irinej (Gavrilovic).

Alla cerimonia a Pec (Kosovo e Metohija), centro spirituale storico dell'ortodossia serba, sono attese oltre 10'000 persone, tra cui circa 400 ospiti.
Ed'ecco che potrebbe essere l'inizio di un nuovo conflitto, perché all' inaugurazione sarà presente l'intero governo serbo. 


La chiesa ortodossa che ha invitato rappresentanti della chiesa cattolica e  musulmana del Kosovo, però non ha invitato i "rappresentanti delle autorità del Kosovo" visto che la chiesa ortodossa non riconosce l'indipendenza dello stato del Kosovo.
Il "Presidente del Kosovo" Fatmir Sejdiu e il "Primo Ministro" Hashim Thaci invece vogliono comunque partecipare all evento, è in veste di capi di stato, minacciando di vietare l'ingresso nella provincia del Kosovo ai membri del governo serbo.
Boris Tadic, che di solito ha sempre partecipato alle celebrazioni religiose in Kosovo, fino a ieri non aveva ancora confermato ufficialmente la sua presenza, però verrà.


Come rappresentante del Vaticano parteciperà alla cerimonia, il nuovo presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, monsignor Kurt Koch.

Per la sicurezza sarà responsabile la KFOR e per il traffico intorno e a Pec sarà responsabile la "polizia del Kosovo".

 

Queste sono le informazioni della stampa in Svizzera (TV Svizzera) e Germanica (Die Presse). Su RTS (Radio Televisione Serba) invece parlano solo dell'inaugurazione senza menzionare degli eventuali conflitti.
Vediamo un po' come si svolgerà la faccenda e quale media sono più affidabili in questo caso.


Per seguire su RTS in diretta: link: http://www.rts.rs/page/live/ci.html

Le foto del bellissimo monastero di Pec, che è appena stato rinnovato me le ha portate mio marito dall' ultimo tour che ha fatto in Kosovo e Metohija (adesso nel itinerario c'è anche la visita a Pec)! per informazioni: www.spiritualserbia.com


martedì 21 settembre 2010

I Nema problema in Via Sarpi


A casa mia ci siamo rifiutati di comprare il decoder e così vediamo la tv tramite il satellite e ci prendiamo il tg regionale che ci proprinano. Ogni settimana cambia regione. Il più bel tg regionale è quello romano, perchè ha un presentatore di colore che è di una simpatia senza fine ! Quello più brutto è quello lombardo. Ti viene proprio l'"epilessia e testa" come si dice in Calabria. Ma nei giorni scorsi ho visto i Nema problema in Via Sarpi, a Milano.
Via Sarpi è la Chinatown milanese ed è il posto in cui varie organizzazioni umanitarie hanno scommesso sull'antirazzismo che a Milano sta imperversando.
Vedere i Nema problema impegnati contro il razzismo mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Grazie ! Qualcosa di buono al tg3 lombardo !

Vivisarpi.it
Nema problema orkestar

martedì 14 settembre 2010

Siamo nazionalisti ?


Bè.. diciamo che stiamo facendo un test.
In realtà noi di politica non ne dovremmo parlare.
Questi erano gli accordi, ma come si fà ?
Così penso che si possa fare una piccola riflessione sulla parola "nazionalista" poichè nella ex - Yu vi sono almeno due zone calde : la Bosnia e il Kosovo.
La mia scoperta è stata che io sono nazionalista rispetto all'Italia, in particolare da quando vedo che la vogliono dividere.
Quindi credo di capire tutti i nazionalisti balkanici anche se, naturalmente, sempre negli ambiti della democrazia.
Almeno questa è la linea ufficiale. Ogni tanto perdo la pazienza anche io contro l'idiozia.. ma dobbiamo sempre muoverci nella legalità, altrimenti non costruiremo niente di buono.

Si definisce nazionalismo l'ideologia, nata nel XIX secolo, relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l'affermazione della nazione intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene questa definizione non sia univoca.
Wiky

martedì 24 agosto 2010

Ricatto alla Serbia, tra Pristina e Kragujevac


La partita balcanica in questo periodo, letta con calma, suggerisce una sorta di conto finale presentato alla Serbia sconfitta, con risarcimento di consolazione per cercare di tenersela amica. Dare-avere. Ti porto definitivamente via il Kosovo e i suoi monasteri ortodossi, salvo qualche territorio marginale da contrattare, e ti risarcisco con la nuova produzione della monovolume Fiat nell'affamata Kragujevac. Che il conto auto lo paghi la banca europea e la stessa Serbia, oltre ai lavoratori di Mirafiori o di Pomigliano, è un dettaglio. Come è rimasto dettaglio per 10 anni il numero di operai della Zastava uccisi dai bombardamenti Nato del 1999. Il Kosovo indipendente albanese è volontà americana con avallo complice di parte europea. La delocalizzazione Fiat in Serbia è puro e semplice ricatto antisindacale, ma, data l'attuale dimensione Fiat, anche questo è messaggio planetario. Cuochi diversi ma sempre la stessa frittata. Fatto a pezzi il diritto internazionale consolidato da parte dalla Corte di giustizia internazionale che si inchina al fatto compiuto. Frittata nelle conseguenze secessioniste che troveranno legittimazione in tutto il mondo, frittata industriale nel delicato rapporto tra impresa e lavoratori che colpisce l'Italia ma che punta ad educare quello che resta del mondo operaio nell'occidentale dei diritti sindacali.
Il Kosovo etnico albanese secessionista, riconosciuto indipendente da un terzo soltanto del Paesi Onu, diventa di colpo uno Stato «indipendente, democratico, unito e multietnico». Parola del vicepresidente Usa Joe Biden, con la benedizione a seguire della Corte internazionale. Audace piroetta sui confini labili tra diritto e politica. Vince la logica della realpolitik definita sempre dal più forte. La giravolta della Corte Internazionale riporta alla memoria l'altro miracolo imposto da oltreoceano a metà del 1998, otto mesi prima delle bombe umanitarie della Nato sulla Jugoslavia. Sino a maggio gli episodi di violenza contro il governo di Belgrado era condotti dall'organizzazione «terrorristica» dell'Uck: parola dell'allora inviato Usa per i Balcani Christopher Hill. A giugno, magia d'estate nella caricatura del famoso «contrordine compagni», i «terroristi» si trasformano prima in «ribelli» e poi in «partigiani». Sempre per indicazione atlantica. Cosa sia accaduto prima, durante e dopo i tre mesi di bombardamenti è materia di verità ufficiali taroccate e di verità scomode mai svelate compiutamente.
In un parere giuridico contrastato al suo interno, la Corte internazionale afferma che la secessione proclamata da Pristina il 17 febbraio del 2008 è coerente con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite. Perché, ovviamente, il Consiglio di Sicurezza s'era ben guardato dall'usare la parola «secessione», anche solo per vietarla. Cosa sia il Kosovo, nonostante le cronache inesistenti, è cosa nota. Forti ingerenze criminali all'interno stesso dello Stato, criminali di guerra non perseguiti, forte caratterizzazione etnica anti-serba, forma della democrazia dai risultati molti incerti, unità territoriale di fatto inesistente. Lo documentano i ripetuti documenti riservati dei militari Unmik e dei civili di Eulex. Lamberto Zannier, rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo avverte. «C'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno, difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale». Traduzione dalla prudenza diplomatica. La sentenza della Corte aumenterà certamente le tensioni interetniche e la comunità internazionale, in via di smobilitazione, non sarebbe in grado di gestirle.
Le cronache più attente accennano ora al timore di contagio sui movimenti separatisti diffusi nel mondo. Leggo di baschi, corsi, ceceni, abkazi. Elenco con lo sconto. Solo per la nostra autoreferenziale Europa, mi verrebbe da pensare, oltre che a Spagna, Francia e Russia, al Belgio di fiamminghi e valloni, agli ungheresi e ai rumeni mischiati tra loro dai confini di Yalta, alle minoranze russofone nei Paesi baltici, all'Ucraina. A lavorarci un po' sopra, ne verrebbe fuori una lista da capogiro. Poi ci sono, ignorati come sempre, gli stessi Balcani. La Bosnia multietnica imposta dal cessate il fuoco di Dayton. Altra politica internazionale allora, quando i confini nazionali preesistenti erano considerato intangibili. Dopo il Kosovo non più. Si agitano i serbo-bosniaci di Banja Luka che a Sarajevo preferirebbero Belgrado. Sono inquieti i croati erzegovesi di Mostar. Si agitano e spesso sparano gli albanesi del nord Macedonia che, col loro 25% di popolazione, controllano di fatto tutto il territorio ai confini col Kosovo e con l'Albania. Inquietudini albanesi anche nelle vallate serbe di Presevo e Bujanovac e lungo la sponda montenegrina tra Dulcigno e il lago di Scutari.
Problemi vecchi e noti, tenuti in sonno con la vaga promessa di un futuro Eldorado nell'Unione europea senza frontiere. Frottole ormai trasparenti. Al massimo un visto di libera circolazione Schengen, qualche privilegio commerciale, qualche delocalizzazione industriale nell'interesse dell'imprenditoria comunitaria in cerca di sconti sul costo del lavoro e sui diritti sindacali. Di allargamento prossimo futuro, fatta forse eccezione per la Croazia, non se ne parlerà per un bel pezzo. Con un nuovo e intraprendente protagonista che si affaccia sull'area. La Turchia che, snobbata dall'Unione, torna con credibilità politica e forza economica nei Balcani delle sue memorie imperiali ottomane. Bastava essere l'11 luglio a Srebrenica, in Bosnia, nella ricorrenza del massacro. Onu, Stati Uniti e Ue assenti. L'impressione è quella di politici occidentali che si credono statisti, pensando forse di potersi scegliere l'islam più rassicurante da avere in casa. Fuori dalla porta però. Di una diplomazia europea che crede di condurre una gigantesca partita a Risiko. Salvo accorgersi presto, temo, che era stato loro concesso soltanto il gioco dell'oca.
Ennio Remondino
Martedì 24 Agosto 2010, Il Manifesto
Il Manifesto
C'è una strada per andare dove l'odio non c'è !

lunedì 9 agosto 2010

Jahmento. Rimpatrio


Sbarco della Vlora a Bari 8 agosto 1991.
Il crogiolo delle razze è una ricchezza.


Bari, 8 Agosto 1991

mercoledì 21 luglio 2010

Duilio Fantò


Dentro al dolore
Un uomo e una telecamera
dentro al dolore degli altri
che diventava mano a mano
anche il suo
Una faccia scavata dal male
e due occhi
che hanno visto
Sarajevo in quei giorni
Un uomo che dimentico
della sua malattia
sciogliendola nei mali
del suo prossimo
diventava uno di loro
Uno degli abitanti di Serajevo
o di Vucovar
Era l'occhio che guardava
gli orrori di quei giorni
Era la testimonianza
delle grida di aiuto
che uscivano dalle bocche
Tremava facendo tremolare
tutte le cose
da lui inquadrate
le facce delle persone in fila
per attingere l'acqua alla fontana
la loro fatica
per cercare un po' di pane
le strade... le case...
tutto tremava
Nadia Mazzocco

Dedicata a Duilio Fantò un testimone e alle vittime di quella sanguinosa guerra Per non dimenticare
"As you pour yourself a scotch, crush a roach,
or check your watch/as your hand adjusts your tie, people die"
"Mentre tu ti versi uno scotch, schiacci uno scarafaggio,
o controlli l'orologio/mentre la tua mano sistema la cravatta, la gente muore"

Dentro al dolore

sabato 24 aprile 2010

Il 25 Aprile della nostra crew con Dino Casavola


Foto del cnj

Mio padre non voleva fare il militare: nel ’38 non si presentò alla chiamata di leva. Vennero dei gentili carabinieri ad accompagnarlo in caserma e fece la conoscenza con le Forze Armate in una cella del castello di Pavia.
Passano due anni, termina la leva e Dino Casavola torna a casa. L’Italia dichiara guerra alla Francia. Il tempo di riprendere la sacca militare e raggiunge il col di Tenda. Tutto tranquillo o quasi: la Francia, allo stremo per l’invasione tedesca, firma l’armistizio dopo pochi giorni (non prima di aver bombardato dal mare la città di Genova).
Forse, avrà pensato mio padre tornando a casa, la guerra non era così brutta… e arriva una nuova chiamata: ci si imbarca a Brindisi per raggiungere l’Albania.
Dall’Albania, gli italiani volevano spezzare le reni alla Grecia, i greci non erano della stessa opinione e ce lo stavano spiegando anche troppo chiaramente.
L’inverno albanese rimarrà un ricordo costante per mio padre, che odierà gelo e neve per il resto della vita. Intanto la guerra continua, con la primavera arrivano i tedeschi, e finalmente anche gli italiani entrano in Grecia.
Arriva anche il settembre ’43: l’armistizio. I reparti italiani ricevono notizie contraddittorie, e in qualche maniera anche all’interno della Grecia arrivano voci su Cefalonia e i massacri tedeschi. Cosa successe a quel gruppo di soldati italiani non lo so, ma Dino Casavola fece in tempo a raggiungere la montagna, finendo con i partigiani. Imparò il greco.
Nel frattempo in Grecia sbarcano gli inglesi e i tedeschi si ritirano. I partigiani greci e i soldati inglesi troveranno anche il tempo per spararsi tra loro per decidere chi avrebbe comandato in Grecia negli anni a venire.
Mio padre si ritrova prigioniero degli inglesi. Comincia una nuova avventura: a piedi… dalla Grecia all’Egitto, lungo tutta la sponda orientale del Mediterraneo. “L’elmetto degli inglesi, il più scomodo che abbia mai indossato…” mi dirà.
In Turchia vide come i superiori trattavano le loro truppe (e ringraziò di non aver dovuto fare lì il militare).
Campo di prigionia – Egitto: ci rimase più del previsto e riportò in Italia un’abbronzatura che resisterà per il resto dei suoi anni.... altro ricordo che durerà un po' di anni: la malaria. Non c’era molto da fare: imparò un po’ d’inglese e la Divina Commedia a memoria (l’unico libro a sua disposizione)
Finalmente il 25 aprile! La guerra è finita e piano piano ritornano in Italia i soldati fatti prigionieri (qualcuno no, ma questa è un’altra storia). Gli inglesi se la prendono comoda con i rimpatri e in quel campo di prigionia in Egitto scoppia una rivolta. Responsabili e presunti tali (lui è nel gruppo) saranno gli ultimi a rientrare, nel 1946.
Ecco la storia di un uomo che non voleva fare il militare e se ne fece otto anni, come soldato, come partigiano e infine come prigioniero, uscendone vivo.
Quando ero ragazzo, avrei voluto parlare con lui di come furono quegli anni. Ma quasi tutte le volte la risposta era la stessa: “ Non è stato divertente, non ho molta voglia di parlarne.”
Così è nata questa ricostruzione, reale o forse immaginaria, raccogliendo frammenti di discorsi e reticenze.
Che dire ancora? A 77 anni passati, anche Dino Casavola smise col lavoro. Ero contento, perché finalmente avrebbe potuto godersi il riposo, la calma, i nipoti. Neanche sei mesi dopo, una malattia lo portava via nel giro di un mese. Era il 4 luglio 1998.
Fabrizio Casavola

Dino Casavola

giovedì 22 aprile 2010

La bandiera serba a Rovereto: onore a tutte le vittime della guerra

Carissimi,
per fortuna è arrivata Ana del Centro europeo a scrivere qualcosa. Io avrei dovuto tradurre dal serbo e sarebbe stata una catastrofe !


Qualcuno aveva detto che la grandezza di un popolo si misura dal rispetto che la gente ha per loro origini e per la tradizione passata. Ci sono voluti tanto tempo e tanto lavoro per aggiungere la bandiera serba al monumento storico di Rovereto.
Questa cerimonia importante è stata organizzata sotto il patrocinio di "Kolo srpskih sestara" e "Srpska Sloga " ed il nostro rappresentante Djordje Milovanovic che era il padrino della manifestazione. Tuttavia, il pilastro più importante di questa iniziativa simbolica era la Chiesa ed il popolo serbo che è venuto da tutte le parti d'Italia per celebrare l'innalzamento della bandiera serba e onorare le vittime della guerra.
Rovereto, 18.04.2010
Tratto dal Centro Europeo per lo sviluppo

PODIZANJE SRPSKE ZASTAVE

martedì 6 aprile 2010

Undicesimo anniversario dei bombardamenti in Serbia


Questa volta Alex ci ha fregati !
Ebbene sì ! Volevamo l'esclusiva da Alessandro Di Meo e invece l'ha data agli amici di Brescia. Ma siamo contenti ugualmente perchè con la Zastava Brescia c'è una bella amicizia tramite Gilberto Vlaic.
Il video che vi proponiamo è agghiacciante. Vi chiediamo aiuto perchè è importante che Alex lo proietti in più città possibili e ne segua un dibattito in maniera da sensibilizzare quante più persone possiamo. Intanto vi chiedo anche aiuto poichè so' di associazioni di famiglie di militari italiani morti di cancro a causa della loro permanenza in Kosovo, ma non riesco a contattare queste associazioni. Se qualcuno avesse qualche indirizzo è pregato di darcelo.
Io apro una piccola parentesi. Nel filmato si vede Alex. Ora io mi chiedo : da uno a cento, ma quanto è bello ? Direi 300 !! Stra stra divno, stra stra figo (come si dice in serbo ?)
Questo importante contributo video è di Alessandro di Meo di "Un Ponte Per..." ed è a cura di Ljubica Vujadinovic in occasione dell' undicesimo anniversario dei bombardamenti Nato in Serbia .

Undicesimo anniversario dei bombardamenti umanitari
Ljubica Vujadinovic

martedì 23 marzo 2010

24 marzo 1999 - aggressione NATO contro la RF di Jugoslavia


La guerra voluta da governi di sinistra - testo di Babsi Jones


15 febbraio 2003, Milano

C’è un signore che a voi che oggi siete a Roma vi ha dato dei farabutti. Intendo, l’elefantiaco messere in questione l’ha scritto con più garbo, ma a voi che oggi siete a Roma con le bandiere colorate vi ha detto, modaioli. Vi ha chiamato burattini fra le mani dei movimenti che — come passerelle della moda popolare, come operazioni di travolgente propaganda — obbediscono alle multinazionali della pace col culetto al caldo e la pancia piena: questo, vi ha detto. 

Quel signore con me non può parlare, perché io oggi a Roma non ci sto, e perché se vuole farsi due chiacchiere sull’etica della guerra lo invito a prendersi una tazza di caffè (turco) a Gnjilane e vediamo se la panza (la sua, non meno piena della vostra) non gli trema almeno un poco e non si caca nelle braghe. Però un sospetto m’è venuto. Che quel signore, un minimo di ragione — forse per caso — l’abbia pure trovata. Magari ci è inciampato passeggiando, nella ragione, come fosse un sasso, senza sapere di cosa si trattasse. Perché voi — tre milioni, trenta milioni, trecento milioni di bandierine multicolor che oggi cantate gli inni dei vostri padri davanti a Saigon — un po’ farabutti dovete esserlo per forza. E se non siete farabutti, può darsi siate dei bugiardi smemorati, o niente meno un minimo confusi.

Sono passati solo quattro anni. Era un’anticamera di primavera come questa, con qualche margherituccia sifilitica a fare capolino nelle aiuole delle vostre piazze. Era una primavera come questa, e i signori della guerra si giocavano a Risiko e a tavolino il destino di Belgrado. Raccontavano le cazzate madornali che i signori prepotenti devono raccontare per tenervi buoni come lumache storte o come tortellini in brodo: che a capo della cattiva Serbia c’era un feroce dittatore, un duce, un satrapo, un pericoloso criminale che minava l’ordine mondiale. Vi proiettavano le facce maciullate dei poveretti kosovari sugli schermi della sera, fra un telequiz e una ballerina colle tettine turgide, e voi (come i cagnetti memorabili che nei favolosi anni ‘70 facevano capolino dal lunotto delle Fiat in coda verso Rimini) facevate sìsìsì con la testa. Un movimento oscillatorio dall’alto verso il basso. E in basso, sinistrini e sinistrorsi, Diessini in fila all’Esselunga, cristianucci col crocefisso stilizzato, c’eravate caduti molto facilmente. 
Così in basso che il vostro Presidente del Consiglio fece un ingresso mesto in Parlamento e — dopo aver affisso l’articolo 11 della Costituzione nei cessi di Palazzo Chigi —, senza vergogna alcuna disse: signori miei, portino pazienza Marx e Che Guevara, Ho Chi Mihn e il Comandante Marcos, ma questa guerra s’ha da fare e la faremo. Più che l’amor poté una poltrona cremisi sotto le chiappe? O forse, ci sono guerre meno guerre delle altre, e le bandiere multicolor le avevate mandate tutte in tintoria. E disse proprio, il vostro lider maximo che oggi sfila con la faccia scarna di un John Lennon sfortunatamente ancora vivo:

...Ho ascoltato con rispetto le argomentazioni di quanti hanno scorto nell’azione militare della NATO il pericolo che si possa determinare un effetto opposto, e dunque un inasprimento della guerra e un aumento del numero delle vittime. Personalmente non è uno scenario che considero realistico. Risponderò comunque a questa preoccupazione e lo farò sulla base delle informazioni in nostro possesso. Ma con la stessa sincerità chiedo al Parlamento di non sacrificare in un passaggio tanto cruciale il valore di una coesione politica nazionale; la consapevolezza - trasversale ai diversi schieramenti - di una comune responsabilità verso gli interessi superiori del paese. Credo sia essenziale, in momenti come questi, la ricerca della più larga unità intorno all’azione e al ruolo internazionale dell’Italia. Solo un alto senso di responsabilità nazionale può rafforzare l’iniziativa diplomatica e l’efficacia delle scelte che siamo chiamati a compiere. La prima questione che è giusto affrontare riguarda la necessità dell’intervento armato. Se cioè esistevano, al punto cui si era giunti dopo la partenza dei mediatori, soluzioni alternative ed efficaci che non implicassero l’uso della forza...

Per tradurvi in gergo da mercato il politichese standard, vi disse che non dovevate fare tante storie, che la NATO richiedeva le basi militari di Ghedi e Aviano per sganciare due, tre, quattrocento tonnellate di uranio sulla Serbia, che era una guerra nuova (umanitaria, santa, legittima, preventiva, sbrigativa, intelligente) e dunque non vi venisse in mente di scendere in piazza a fare i girotondi e a canticchiare slogan perditempo. Perdìo, era una guerra di sinistra liberale, la prima della storia: dovevate avere un aspetto responsabile e il silenzio sclerotico degli omertosi. E voi — tre, tredici, trentatrè, trecentomila farabutti —, ammutoliti come ammutolisce una finestra chiusa, un incosciente o una bertuccia in gabbia, rimaneste a casa a far la calza, a far l’amore, a farvi i fatti vostri. 

Anime morte di sinistra, vi chiamammo. Sinistra di sciacalli, cristiani col muso delle iene. Erano pochi quelli col TARGET (più brutto, in bianco-e-nero, di carta in fotocopia, un gadget meno azzeccato delle bandiere arcobaleno: ora lo capisco, che c'entrava anche il marketing) che presidiavano i ponti nella notte chiedendo che non cominciasse la mattanza. E gli argomenti erano buoni, erano sacrosanti, erano veri, ed erano gli stessi che oggi vi riempiono le bocche come se fossero caramelle mou: che la guerra è la guerra dell’Impero, che con le bombe la democrazia non c’entra niente, che la convenzione di Ginevra e l’articolo 11 dovevano essere la sola nostra storia. Com’eravate sordi. Io scrivevo le mie tonnellate di parole perse, ve le scrivevo da Kragujevac e da Aleksinac, le ripetevo come ipnotizzata dagli ospedali di Belgrado fatti a pezzi e dalle piazze di Leskovac e di Pančevo, ve le spedivo dai ponti pronti a diventar macerie di Novi Sad. E vi dicevo: guardate cosa state bombardando, mettete i vostri nomi sulle bombe che sganciate, e ricordatevi la Serbia del ‘99: perché verrà il giorno in cui io tornerò a chiedervene conto, e a ricordarvi tutte le vostre colpe. 

QUEL GIORNO È OGGI, sinistrini sinistrati e sinistrorsi che sfilate con gli sfilatini al crudo nello zainetto e con le facce sorridenti fra le stelle filanti. Dov’eravate, portatori di pace e beati di giustizia, mentre l’Impero massacrava i belgradesi? I nomi di chi c’era, a far la ronda su una briciola di pace, a pitturare i NO sulle facciate delle case e sulle guance, me li ricordo tutti. Erano pochi. c’era Il Manifesto, c’era Rifondazione Comunista. C’era quello stesso Gino Strada che oggi state cristallizzando in un’icona (ma era solo, senza un gregge alle spalle a far da coro greco). C’era Peter Handke, coraggioso, c’era Fulvio Grimaldi. C’erano Nichi Vendola e Umberto Galimberti. E c’era Santoro, che c’era così tanto che trasmetteva da Belgrado. 
Voialtri, signorini della pace quattro stagioni, eravate a casa a fissare come beoti baciapile il videogame degli F16 in volo sui Balcani: zitti come zanzare secche. Vorrei tanto domandarvi perché la vostra pace-Giano ha due facce e facciate, come le medaglie e le monete, come gli strappi di carta igienica morbida morbida. Vorrei sapere perché questa pace, che domandiamo oggi accusando i generali di alto tradimento della giustizia e della libertà degli uomini non aveva ragione d’essere strillata come belle Cassandre anche per difendere Belgrado. Vorrei sapere perché in una primavera uguale a questa vi trangugiaste con disciplina filo-governativa la propaganda dei maiali bellici, e ora correte come pazzi a invocare il diritto internazionale e la tolleranza: gli stessi di cui vi siete fatti beffe quando a bombardare era la sinistra degli avvoltoi e dei venduti. 

Esiste una pace di serie A ed una di serie B, esiste una pace che deve andar di moda e una che deve essere lasciata nelle ragnatele dei sottoscala? 

La vostra pace a corrente alternata, oggi c’è domani non c’è più, la vostra pace a cottimo e a percentuale non mi piace affatto. È quel genere di pace farabutta che ha tutta l’aria di essere organizzata per vendere tonnellate di bandierine colorate, o per tesserarvi nel branco degli obbedienti. La vostra pace è la pace delle marionette che si muovono al comando di un Mangiafuoco: avete il coraggio di adoprare il cuore e il cervello solo quando vi autorizzano a schiacciare il tasto “start, my life in function”. Sfilate oggi a Roma sull’attenti, pronti a mostrare una coscienza civile presa a noleggio, seguendo la voce dei guru gandhiani, e non vi accorgete che siete credibili quanto può esserlo un ubriaco la notte di Capodanno. Sinistrini e sinistrorsi, girotondini e giubilanti, avete perso il treno per Belgrado nella primavera insanguinata del ‘99, e oggi i vostri canti di giustizia hanno il valore e il peso delle filastrocche deficienti. 

Un giorno sarete vecchi e stanchi, e capirete che se la pace è un’intermittenza come le luci in sfilza degli alberi a Natale, allora la vostra pace è un’impostura, è una crosta fragile e purulenta, non meno disgustosa e mercenaria di quanto lo sia la guerra, ogni guerra in ogni tempo.

sabato 20 marzo 2010

Jos Dijana Pavlovic !


Ho avuto una notizia favolosa... !!!
Chiedo scusa se faccio una piccola eccezione alla regola, ma i milanesi possono votare la favola Dijana !!!
Nemmeno io ci credevo ! Ma sono troppo contenta. Di solito non ci occupiamo di politica, ma stavolta lo facciamo perchè la vita di questa ragazza è una cosa favolosa !

Nata e vissuta in Serbia fino al 1999, Dijana si laurea nello stesso anno nella Facoltà delle Arti Drammatiche di Belgrado. Sempre nel 1999 si trasferisce a Milano, dove si sposa e dove attualmente lavora.
Da tempo Dijana promuove la cultura e la letteratura Rom e svolge anche il ruolo di mediatrice culturale nelle scuole. È stata candidata per il consiglio comunale di Milano nel 2006 nella lista Uniti con Dario Fo e al Parlamento italiano nel 2008 nelle file della Sinistra Arcobaleno.
Agli inizi del 2007 promuove con associazioni, comitati, esponenti della società civile la Rete Nopattodilegalità che si propone di contrastare il Patto di legalità e socialità del Comune di Milano che sottopone a un doppio regime legale i cittadini Rom.
Nell’ottobre 2007, attuando uno sciopero della fame contro il Comune di Milano, favorisce la costituzione di un tavolo – che raccoglie le associazioni e il sindacato milanesi – che elabora una piattaforma di intervento sulla questione Rom

Vi consiglio di leggere l'intervista a Dijana che si trova.. dove ? Ma naturalmente su Mahalla.
E quanto è bella questa ragazza !

Guardate questo filmato in you tube.
DIJANA PAVLOVIC E LO SGOMBERO FINTO

A Guido, bambino zingaro

Nel tremolio della tua voce
Sento la mia voglia di gridare
Nei tuoi occhi troppo neri
Prevedo il futuro, tuo e mio.

Conosco la rabbia che ti spezza il cuore.
Disadattato, irriso, temuto, spaventato,
morso, succhiato, sputato, dimenticato.
Forse anche rispettato, ma che importa?

Affamato di pane e di una carezza,
sicuro solo per stringere il pugno,
sei predatore, sei carnefice,
sei immobile, disteso sulla croce.

Ti insegneranno a ridere, a mascherarti,
fare l’amore con una donna,
a mentire, trovare sempre la parola giusta,
forse anche a sognare, forse anche a sperare.

Ma nel tuo piccolo cuore spezzato
Continuerai a stringere il pugno
Per quell’ultimo diretto, il KO del tuo passato,
per non dire mai – io accetto.

Dijana Pavlovic

giovedì 18 marzo 2010

Il monastero degli Arcangeli a Prizren il 18 marzo 2004



6 anni il fa, 17./18. marzo 2004, il monastero ortodosso costruito per ordine di Zar Dusan tra il 1343 e il 1352 fu brutalmente distrutto ed incendiato da terroristi estremisti albanesi. I frati che ci vivevano sono stati cacciati via. Mentre tutto ciò succedeva...il monastero era sotto guardia della KFOR.


Ma come è potuto succedere ciò?
Quando i terroristi attaccarono il monastero durante due giorni di pogrom in Kosovo e Metohija i militari che facevano da guardia al monastero, che cosa facevano? Dov'erano?



Un grande incidente successo davanti ai nostri occhi, con il risultato di 19 morti, 954 feriti, 35 chiese e monasteri ortodossi distrutti in soli due giorni. Un atto orchestrato dalle forze occidentali e premiato 4 anni dopo (il 17 febbraio 2008) riconoscendo l'indipendenza della provincia. Un atto del mondo occidentale per dimostrare a tutti i  movimenti separatisti del mondo: la violenza è un buon metodo per ottenere traguardi politici! 
Una dimostrazione di incapacità di risolvere conflitti anche dell Europa, quella dell UE, quella democratica ed educata.
Facile prendersela con gli albanesi del Kosovo, con i terroristi del UCK...tutto ciò è potuto succedere, perchè l'occidente ha accettato questi metodi di violenza e gli ha anche premiati!

Ecco perchè fu possibile attacare un monastero sotto guradia dell'UNMIK/KFOR.

L'estate scorso ho visitato il monastero con in mente le orribili faccende sucesse, pensando anche che il mio paese (un paese cristiano) ha appoggiato la violenza subita da questi frati.
Eccovi le mie foto:
Il monastero ricostruito é sotto sorveglianza della KFOR tedesca.





E qui il mio post del viaggio quando ho visitato il monastero.







lunedì 8 febbraio 2010

Gornja Maoca un piccolo villagio in Bosnia


La settimana scorsa ho scoperto una notizia abbatsabza strana; l'hanno data su RTS (Radio televizije Srbije) e per un po' ho cercato la notizia sui siti italiani o tedeschi...e solo dopo qualche giorno ho trovato poche righe su questo fatto.

Ve lo riporto come scrive la reuters(italia) il 3.2.2010:

SARAJEVO (Reuters) - La polizia bosniaca ha sferrato oggi raid su larga scala in un villaggio nel nord della Bosnia, sede di un gruppo islamico radicale chiamato Wahabbi, alla ricerca delle persone sospettate dalle autorità locali di destabilizzare il paese.
L'operazione, che ha coinvolto 600 agenti di polizia, è la più grande dalla fine della guerra del 1992-1995, dice Boris Grubesic, portavoce della procura.
"Le attività hanno lo scopo di perseguire gli individui sospettati di minare l'integrità territoriale, l'ordine costituzionale e di incitare l'intolleranza etnica, razziale e religiosa", aggiunge Grubesic.
Alcuni militanti islamici provenienti dall'estero, che hanno combattuto durante la guerra al fianco dei musulmani bosniaci contro i serbi e i croati, si sono stanziati nel villaggio balcanico dando vita alla loro comunità. Sono stati poi raggiunti da alcuni seguaci locali del movimento Wahabbi.
In dicembre un tribunale bosniaco ha accusato di terrorismo e di traffico di armi un gruppo di integralisti islamici.


Le informazioni sono veramente poche, vi aggiungo le informazione tratte dal sito di della WienerZeitung che è uno dei giornali occidentali che da un po' più di attenzione ai balcani. 

Il villaggio in questione è la parte alta di Gornja Maoca (Maoca alta), è vicino a Brcko e si trova nel nord della BiH (Bosnia & Hercegovina). I "wahabbi" che dopo la guerra sono rimasti in Bosnia (la piu parte si era sposata con donne bosniache) hanno creato un villaggio con strutture parallele (legge, scuole etc.) e vivono osservando rigorosamente il corano e condannano qualsiasi interpretazione libera dell'Islam.
Tanti Wahabbi hanno dovuto (sotto pressione degli USA) lasciare la BiH dopo la guerra, ma ancora oggi c'è gente che aderisce a questo gruppo.
Oltre al problema di strutture parallele qui si aggiunge quello di traffico di armi e di terrorismo. Questo è anche un motivo perchè la liberazione dei visti per la BiH è in pericolo.

I musulmani di Bosnia, generalmente vivono un Islam molto libertino. Portare il velo, non bere alcol e non mangiare carne di maiale è una cosa privata e non controllata dallo stato. Questo post NON tratta della popolazione musulmana di BiH, ma di una piccola minoranza pericolosa che con i bosniaci c'entra poco.

Io mi preocupo per un altro fatto: questa cellula di estremisti che si oppone a qualsiasi regola del luogho è appena a 1000 km da  qui. Chi di noi viaggia regolarmente nei balcani ci passa vicino senza accorgersene.

Eppure qui in Europa occidentale non ne sapiamo niente. I giornali non ci informano su questi fatti. Solo se per questi wahabbi dovesse scopiare un conflitto se ne parlerebbe, e magari si criticherà la polizia di BiH, accusandola di non rispettare la libertà di religione, la libertà di una "minoranza", di imporre brutalmente le regole di stato.
Dobbiamo essere consapevoli, che quello che succede nei balcani e quello che veniamo a sapere qui in occidente sono due cose molto diverse.

Se vi interessa qualche link in più (in inglese, mi spiace ma in Italiano non si trova quasi niente su questo tema...rendetevi conto come siamo bene informati!!!!):

Bosnian police raid radical Muslim stronghold

Bosnia Investigates Radical Threats