
(continua da qui)
...Dopo poco, li seguii anch'io, saranno state le 2.30. Uscii salutando quelli della reception, che ormai mi conoscevano ed in particolare i buttafuori, ai quali dovevo essere simpatico.
La mattina intorno alle 9.00, saldai il conto (60€) e chiesi alla donna alla reception di chiamarmi un taxì. Conobbi un altro cliente dell’albergo, presentatomi dalle donne che stavano davanti all’ingresso: un curioso tedesco sessantenne che girava per la Serbia in bicicletta, che infatti avrei adocchiato l’indomani in Knieza Mihailova a Belgrado. Venne il taxì, una vecchia Ford Mondeo, guidata da un tranquillo sessantenne, che faceva da poco il tassista, e che si era pensionato come macchinista sui battelli da trasporto che solcano il Danubio. Giunsi alla stazione degli autobus (a fianco a quella dei treni). Era un grande piazzale recintato con cancelli, nel quale vengono parcheggiati gli autobus in corrispondenza del cancello indicante la località di arrivo, il tutto circondato su tre lati da una costruzione a forma di C, con i porticati sul lato interno contenente biglietterie, sale d’aspetto, ecc... Acquistai il biglietto – 600 din.- che mi diedero unito ad un gettone metallico, mi presentai al cancello ed una guardia giurata mi fece entrare dopo essersi preso il gettone, sistemai la valigia nel portabagagli. Un pensionato, intanto, aveva preso a magnificarmi le qualità delle canne da pesca tedesche rispetto allo schifo di quelle cinesi. Un anziano zingaro cieco chissà come entrato lì dentro iniziò a chiedere l’elemosina un pò troppo vivacemente, perchè quasi subito venne un dipendente della stazione che lo allontanò bruscamente spingendolo per le spalle tra le rumorose proteste dello zingaro che infine ammutolito, venne consegnato ad un giovane poliziotto.
Salii sul pullmann pagai ancora per il bagaglio -90din.-. L’autobus era semivuoto. Ci avviammo ed in breve giungemmo sull’autostrada, il corrispettivo di una nostra strada a scorrimento veloce: due corsie secche, senza corsia d’emergenza, limite massimo di velocità 80 Kmh. Il paesaggio dai finestrini incredibilmente piatto e sulla destra il Danubio.
Affianco a me, ma sull’altra fila di sedili, un’affascinante donna di circa trentacinque anni. Mora dai lunghi capelli raccolti sulla nuca, un atteggiamento serio e riservato, bella, media altezza, slanciata e comunque ben tornita, vestita in modo semplice ma elegante. Il naso dritto e deciso, lo sguardo intenso ed espressivo. Non invitava certo a confidenze. Io, però non riuscivo a staccarle lo sguardo di dosso. Mi decisi a rivolgerle la parola: con la scusa che ero straniero le chiesi se quello che si vedeva era il Danubio; mi rispose in buon inglese non limitandosi al solo Danubio, ma illustrandomi tutto quello che si vedeva dal finestrino. Il suo modo di parlare era calmo e misurato e la sua voce calda e profonda. Io l’ascoltavo ammirato cercando di bere ogni sua parola e di imprimermi bene nella memoria la sua immagine. Mi stavo innamorando! Non so a che punto delle mie fantasie mi accorsi che stavo pensando che io quella donna me la sarei sposata ( ma non sapevo neppure come si chiamasse e magari era già sposata e madre di figli).
Mi disse di Zemun quando vi passammo dentro e di Novi Beograd e di Belgrado quando vi giungemmo, infine una telefonata infingarda, forse sua madre, si sentiva una voce di donna, mise fine al nostro colloquio.

In breve giungemmo alla stazione degli autobus, anche qui di fianco a quella dei treni, che a parte le dimensioni ricalca quella di Novi Sad.
Mi ritrovaii su un viale larghissimo sui cui fianchi erano dislocati, oltre ai soliti palazzoni, due parcheggi multipiano in metallo, dietro uno dei quali c’è uno stentato giardinetto, (strano il primo ed unico, maltenuto, che ho visto da queste parti) nel quale bivaccava un bel campionario di disperati (anziani soli, invalidi, malati di mente, zingari, stranieri, disoccupati, venditori abusivi di qualsiasi cosa, drogati, alcolizzati, spacciatori, prostitute, due, le uniche che abbia visto battere da queste parti) ma che, fidatevi, all’occhio esperto dell’italiano, del meridionale, non è sembrato veramente pericoloso. Tutti avevano comunque un atteggiamento riservato ed in particolare le prostitute.
Presi un taxi ed in breve giunsi alla Dubrovacka, 22. Il palazzo, un’altissima, bianca torre, dove si trova l’appartamento, a vederlo da lontano sembra bello, ma a vederlo da vicino si rivela per quello che è: uno squallido edificio di edilizia popolare, piuttosto maltenuto.
Anche lo spazio immediatamente intorno al palazzo era veramente sporco e abbandonatro a se stesso ed insieme alla rarefazione tipica di un’assolata domenica mattina estiva, dava a quel luogo una sensazione di vera desolazione: che contrasto con la perfezione puntigliosa di Novi Sad!
























